martedì 22 ottobre 2013

Di libri e lettori: riflessioni sparse sulla fiera del libro



Solo un paio di impressioni al volo, mentre sono in overload dopo il bel pezzo di Annamaria Testa su Internazionale: post-Buchmesse, desolazione tra gli scaffali, Italia che non legge.

Per me, che a Francoforte ci vivo, la gita alla Buchmesse è un rito, da gente comune, certo, che quindi ci va nel fine settimana; e parlo perciò usando questo filtro. Me la sono girata in lungo e largo nonostante le borse sempre più pesanti che mi trascinavo e i piedi doloranti: concordo sulla desolazione tra gli stand internazionali in generale e tra quelli italiani in particolare. Corridoi semideserti mentre nel padiglione tedesco bevevano mangiavano si ballava il ciacciaccià facendo contorsioni per riuscire a camminare. Di fatto l’affluenza di pubblico e il numero di editori presenti quest’anno sono stati inferiori agli anni precedenti. Non sono riuscita a trovare dati precisi e attendibili, leggevo addirittura di un 6% in meno, ma non so esattamente, di certo posso dirvi che quest’anno passeggiavo tra gli stand con molto più agio degli anni precedenti. Per i visitatori forse il prezzo del biglietto (17 euro per un giorno, 24 per sabato e domenica) pure può aver scoraggiato gli indecisi - ma immagino il problema fosse più per chi veniva da fuori. Comunque, il fatto più interessante secondo me non è il numero totale di visitatori, è come questi si sono distribuiti tra i vari padiglioni, cioè a cosa erano più interessati e perché. 

Nel padiglione tedesco girava sicuramente molta più gente e gli stand erano mediamente più curati, normale sono i padroni di casa, ma, parlo per la mia esperienza, credo sia dovuto anche a un fatto culturale. Insomma qui c’è meno crisi e la situazione è più variegata. L’editoria e, direi la carta stampata in generale, seppure acciaccata viaggia meglio: le persone leggono di più, c’è ancora uno zoccolo duro piuttosto ragguardevole che legge i giornali di carta e, udite udite, gli audiobook qui spopolano mentre da noi sono ancora oggetti esotici e non meglio identificati (quest’ultimo punto meriterebbe osservazioni a parte). Tutto questo si riflette secondo me anche nel layout della fiera e degli stand degli editori tedeschi, e come circolo virtuoso la gente ci si ferma di più, e compra di più. In tutto questo ci sono poi alcune cose eclatanti: uno dice i tedeschi erano i più visitati, ma dove era accalcata la maggiorparte della gente? Viaggi, gastronomia e bambini. Perché alla fine alle persone, a me per prima, piace magnare, bere e divertirsi e anche questo è cultura, e con questo ci fai cultura - e soldi. E uno allora pensa, per noi italiani dovrebbe essere una bazzecola, invece un bel fico secco: gli stand tedeschi erano un baccanale mentre i nostri assomigliavano a un frigo vuoto. Anoressici.
Ora, non dico di trasformare gli stand italiani nella sagra della polpetta, ma perché no? Se passeggiando tra gli stand Italia invece che facce verdi e costipate uno avesse quanto meno trovato cura e attenzione, un sorriso e un po’ di sole alla faccia degli stereotipi sicuramente l’impatto sarebbe stato migliore. Gli stand dei turchi, tanto per dire, hanno sempre una zona piuttosto ampia dedicata alle informazioni turistiche con depliant, libri dedicati alla cultura locale (tessitura, calligrafia, arte, natura) che lasciano in omaggio ai visitatori, di solito quest’anno no per la verità hanno un angolo-bar dove offrono tè e dolcetti, di solito da un’altra parte trovi un’artista che fa cose strepitose, di solito uno va al padiglione internazionale ricordandosi che all’angolo Turchia ci si sta volentieri e c’è anche spazio per sedersi e leggerli e sfogliarli come si deve i libri, mentre gli addetti ai lavori parlano e discutono senza che sembrino i membri di qualche setta, seduti stretti stretti sotto uno stand grigio, minuscolo e deserto. E non è solo una questione di soldi, ché gli spagnoli che pure non navigano nell’oro, hanno sempre spazi belli e curati, areosi, aperti, e anche l’Istituto Cervantes ci mette del suo, mentre i portoghesi a sto giro hanno messo un chioschetto con assaggi di formaggi e vino (gira e rigira...). Nel nostro caso, anche quando lo spazio di per sé non è male, vedi quello della Rizzoli o di Mondadori, con i loro mobili immacolati hanno un ché di algido, nel secondo poi quast’anno i libri quasi non li vedevi relegati in una fila di scaffali ad altezza ginocchio di nano, senza offesa (ma ammetto sono una debole e ho apprezzato che in chiusura almeno te ne regalavano uno di libro, piuttosto che riportarseli indietro...). Non lo so, ma sarebbe stato tanto difficile organizzare lo spazio editori italiani in modo più organico e accogliente al posto di una serie di stand abbandonati a se stessi e gente sconsolata, mettere una sezione per il turismo che male non fa, uno straccio di artigiano, non dico un friggitore di panzerotti ma tipo uno delle cartiere, tanto per dire?  
Per i giapponesi c’erano delle simpatiche signore che facevano origami, un calligrafo scriveva con inchiostro e pennello. A volte basta poco.

E poi, uno dice che c’era poca gente, era tutto un po’ spento, la crisi, sì, ma per esempio chi c’è stato ha provato a farsi un giro al padiglione bambini?
Al settore Comics e libri per bambini uno ci arrivava dopo una fila indiana che partiva già per le scale mobili due piani più su. Un delirio e di nuovo, come con la gastronomia, animazione, contatto con le persone: sono stata dieci minuti ferma a uno stand piccolissimo dove un’ illustratrice e autrice di libri per bambini disegnava e raccontava storie ai visitatori, grandi e piccoli, e tutti lì muti ad ascoltare favole. E così in molti altri, non tutti necessariamente mastodontici e superlusso. Ancora, a volte basta poco. Poi certo, come dicevo, nello stesso padiglione tedesco nei corridoi dei libri d’arte per esempio, ci si riusciva a muovere molto più civilmente rispetto alla ressa davanti alla degustazione vini e formaggi. In generale però c’era un atteggiamento diverso, che riflette secondo me anche un modo diverso di vivere il tempo dedicato ai libri e di invitare alla lettura: spazi per fermarsi e leggere, spazi dove mettersi con le cuffie e ascoltare i libri, stand di artigiani del libro che mostravano la loro arte facendo vedere i processi di cucitura e rilegatura a mano, l’angolo del Gutemberg Museum! dove i visitatori potevano provare a stampare una pagina con le tecniche di un tempo - inchiostro, caratteri mobili, pressa di legno (direttamente dal museo) - e portarsela a casa, la pagina. E non si tratta solo di tenersi come feticcio un foglio della bibbia stampata come fece Gutemberg, ma è anche portare il pubblico, il lettore in nuova dimensione, incuriosirlo, fargli scoprire e riscoprire una fisicità legata alla lettura che diventa coinvolgimento mentale, ti rimane anche quando il libro poi ce l’hai nel tablet o nelle cuffie. 

Ad ogni modo, ho avuto in generale una sensazione di austerità più che in passato, niente sprechi, un obolo da lasciare in cambio della cartolina o del disegno dell’artista mentre gli anni scorsi erano in omaggio, tutto un po’ contratto insomma. Comprensibile visto come butta, ciò che invece non capisco, che ai miei occhi è un controsenso, è in molti casi la poca attenzione per noi visitatori ignoranti non addetti ai lavori che dopotutto siamo quelli che i libri dovrebbero comprarli e leggerli. Perché se è vero che tutta la settimana si sviluppa ed è incentrata sulle varie trattative editoriali, compravendita e dinamiche di cui non posso parlare perché non ne so, è anche vero che negli ultimi due giorni c’è l’apertura al pubblico, e come possono banalmente le vendite aumentare, l’interesse per i libri crescere, se gli editori non se li filano i lettori? Molti mi hanno dato l’impressione di essere più interessati alla distribuzione perdendo completamente di vista ciò che succede ai loro prodotti una volta messi in circolazione. 

Ripensando al mio bivaccamento alla Buchmesse ritrovo tanto delle cose che Annamaria fa notare: crisi dell’editoria che va a braccetto con gli ultimi dati Ocse sulle competenze linguistiche degli italiani, ossia meno di una persona su tre ha le competenze linguistiche e matematiche di base e infatti il 55% degli italiani non legge neanche un libro all’anno, e i libri non vengono più nemmeno comprati e usati come fermaporta; legge un po’ di più la fascia di età tra gli 11 e i 14 anni; molte case editrici sfornano un sacco di libri, e di nuovo mi viene da pensare quante di queste poi si preoccupano che quei libri vengano anche comprati e letti? E le biblioteche in tutto questo?
È vero siamo in una situazione di stallo, ma degli spiragli ci sono se si vuole, perché, come scrive Anna Pegoretti in un bel post da leggere assolutamente:

chiunque, quando gli fai vedere un libro miniato, un papiro antico, una delle prime Bibbie di Gutenberg, e gli spieghi in trenta secondi, con semplicità e bene che cosa sta guardando, rimane a bocca aperta. E perché nessuno, nessuno, decide programmaticamente di restare ignorante, almeno rispetto al lavoro che fa, qualsiasi esso sia. 

E io l'ho visto con i miei occhi.

Nessun commento: