venerdì 22 marzo 2013

Alfabeti emotivi, lessico dei sensi

Oggi su Nuovo e Utile Annamaria Testa parla di analfabetismo emotivo e riflette sulla penuria lessicale che pare caratterizzare la produzione letteraria dell'ultimo secolo. Prendo spunto da queste riflessioni per farne un'altra. Annamaria nota giustamente che in molta narrativa le emozioni vengono veicolate ricreando immagini evocative invece di usare termini diretti che descrivono l'emozione stessa. Aggiungerei che questo avviene con la componente visiva, ma non con altre componenti sensoriali e lo trovo interessante. Ricreiamo una situazione emotiva descrivendone la scena in termini "visivi" e tralasciando in larga parte i termini legati agli altri sensi. È meno usuale imbattersi in descrizioni focalizzate sull'udito o su impressioni tattili o ancora olfattive. Si tratta forse non solo di analfabetismo emotivo, ma anche sensoriale e dal momento che le nostre sensazioni sono legate a filo doppio con le nostre emozioni, non troviamo e non usiamo parole nè per le emozioni nè per sensazioni che non siano visive. Tra l'altro si parla in questo caso di descrizioni  "visive" nel senso che ricreano l'immagine di una scena, ma anche qui il lessico legato alla sensazione visiva diretta (luce, colori, sfumature) rimane comunque povero. Ho estremizzato un po' la cosa per chiarire il punto, ma mi chiedo: Quando è cominciato questo processo selettivo a favore della vista? Certo gli studi sull'evoluzione ci dicono che biologicamente siamo meglio "tarati" sulla vista che sugli altri sensi, e la componente culturale o, meglio, "il quando" e "il dove" ci mettono pure lo zampino, ma fino a che punto? Si parla di analfabetismo emotivo legato alla narrativa a cavallo tra questo secolo e il precedente, quindi non è sempre stato così. Molti antropologi sociali osservano che in tempi passati vi era una maggiore attenzione e abitudine per esempio a puzze e odori (diciamo che un tempo le condizioni igieniche erano un po' diverse) e viceversa oggi la società usa sempre di più una comunicazione di tipo visivo. Queste osservazioni credo rischino di diventare un po' troppo generaliste e mi domando quanto ci sia di vero. E soprattutto quanto questo processo sia inesorabile e non modificabile. È possibile invertire questa tendenza? Un' attenzione maggiore a educazione lessicale, sforzarsi di cercare termini nuovi e non usare sempre solo quelle solite quattro parole, e un'educazione sensoriale che renda più consapevoli, aiuterebbero? Ha senso farlo? 
Esasperiamo per un momento questo ragionamento: immaginiamo di accettare questa tendenza, come forse sta accadendo, e di espandere ancora di più un tipo di comunicazione e espressione prettamente visivi. Ipotizzando a un simile scenario mi viene da pensare che il linguaggio, inteso come parole e lessico, ne sarebbero probabilmente ancora di più influenzati e modificati. Però, parlando sempre in termini di evoluzione, il nostro sviluppo cognitivo e culturale è stato determinato in buona parte dalla nascita del linguaggio e, successivamente, della scrittura (e capacità di leggere). La mia domanda quindi è: un passaggio ancora più estremo a una sensorialità e a un tipo di comunicazione basato su linguaggi visivi potrebbe essere interpretato come una forma di involuzione? O invece di ultraspecializzazione? Come cambierebbero le nostre capacità cognitive?
Ok sono scivolata nella pura elucubrazione, ma cosa ne pensate?

Arte Poética | Short Film from Neels CASTILLON on Vimeo.

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