venerdì 20 dicembre 2013

Fiori ai raggi X

Dei raggi X e del loro risvolto "artistico" avevo già parlato, e sì continuano ad affascinarmi perché ti permettono davvero, se hai l'idea giusta e sei un po' capace, di creare immagini bellissime. Proprio come fa Arie van't Riet, un fisico delle radiazioni che a furia di guardare immagini ai raggi X per lavoro ha avuto un'intuizione: una lastra assomiglia molto al negativo di una foto in bianco e nero; perché non provare a digitalizzarla, invertirla e aggiungerci un po' di colore con photoshop? Il risultato? Giudicate un po' voi...

Hanging begonia, chameleon.

Arie van't Riet ha tenuto una bella TEDx conference a Groningen, Paesi Bassi, lo scorso ottobre, merita. 

Dettaglio

Tulips








C'è di più. La scorsa estate presso l'orto botanico di Amsterdam è partita una mostra itinerante dove sono presenti anche le foto di Riet, si chiama Tropism 12 - Fotosynthese. È un progetto molto suggestivo creato dal Movement art tropism e raccoglie e offre un nuovo modo di guardare le immagini botaniche e vivere il mondo delle piante: foto ottenute al micoscopio elettronico, ai raggi infrarossi, ai raggi X, e se state sospettando sia roba kitsch dovrete ricredervi! 


Pollen.

Olive leaf with small umbrellas to prevent evaporation through the stomata.

Tradescantia pollen on stigma, some already melted.
Honesty.

Maple.


giovedì 19 dicembre 2013

Caccia al babbuino

È che stavo girellando in rete e ho trovato questo vintage di anatomia e ora non posso più farmene una ragione. Del fatto che non ce l'ho intendo. E niente se vi capita di trovarlo fate un fischio ché sì sono un po' fanatica ma questo è quello che succede a seguire la Popova e le bellissime pubblicazioni che riesce a trovare. Che nerd che sono a volte.


Atlas of Primate Gross Anatomy: Baboon, Chimpanzee, and Man by Daris R. Swindler and Charles D. Wood.

venerdì 6 dicembre 2013

Mandela, the soul of freedom

I have walked that long road to freedom. I have tried not to falter; I have made missteps along the way. But I have discovered the secret that after climbing a great hill, one only finds that there are many more hills to climb. I have taken a moment here to rest, to steal a view of the glorious vista that surrounds me, to look back on the distance I have come. But I can rest only for a moment, for with freedom comes responsibilities, and I dare not linger, for my long walk is not yet ended.
(Nelson Mandela, Long walk to freedom). 


via Brainpickings

venerdì 22 novembre 2013

Essere, o non essere. Questo è il problema.
Se è più nobile per la mente sopportare
le sassate e le frecce dell'oltraggiosa fortuna
o prendere le armi contro un mare di guai,
e, combattendo, finirli. Morire, dormire.
Nient'altro. E con un sonno dire che poniamo 
fine al male del cuore e ai mille
travagli naturali di cui la carne è erede.
Questa è consumazione da desiderare devotamente.
Morire, dormire. Dormire, forse sognare.

(W. Shakespeare, Amleto)

domenica 27 ottobre 2013

Di donne e follia. Troppo facile...

Ovvero piccolo digest domenicale

           
La Valse, Camille Claudel (Credit:Wikipedia)
                                                                     
A Milano è in mostra Rodin. Molti ignorano che diversi dei disegni per le sue sculture furono realizzati dalla sua amante e allieva. Camille Claudel (1864-1943), unica scultrice dei suoi tempi, appassionata artista che pochi conoscono e che diede forma a sculture intense, calde, vive, oggi esposte a Parigi al Musée Rodin, entrò in manicomio all'età di 49 anni e non ne uscì più nonostante i medici fossero propensi alla sua dimissione. Perché? Perché non stava bene. Non lei, ma la sua immagine: una donna, una scultrice, un'artista. Questo non si abbina con la società a modo. Non avveniva in passato e anche oggi siamo piuttosto confusi in materia. È interessante che un gesto, a volte un'azione quotidiana, sia percepito come sovversivo solo perché fatto da una donna. Triviale che se ne debba parlare no? 


   Camille Claudel nel suo atelier (Credit: Wichipedia)
                                     
Mentre leggevo di Camille Claudel mi è venuto in mente il post della Popova di pochi giorni fa sul libro Ars as therapy, su come cioè l'arte riesca ad evere un effetto terapeutico per chi la pratica e su come spesso aiuti gli artisti a esorcizzare la propria emotività ed empatia. E poi ho pensato a quanti artisti in passato paradossalmente siano finiti in manicomio. E quante donne siano state cacciate in "case di cura" con una scusa o un'altra. Inevitabile pensare a Alda Merini, che lucidamente poi farà notare: sono stata per molti anni in manicomio, ma i pazzi li ho incontrati quando sono uscita.
Trovo ci sia qualcosa di estremamente perverso, in questo sì davvero, nel fatto che la società a momenti alterni a seconda della convenienza celebri la follia, in senso astratto si badi bene, come sinonimo di creatività e genio, ma poi la fugga subdolamente all'atto pratico e la usi anzi come espediente per mettere a tacere le persone scomode, le donne scomode. Ed ecco il paradosso della discriminazione, anche di genere (?), che fa diventare così facilmente l'uomo pazzo un genio e la donna geniale una pazza
Poi alla faccia di tutti le orme di queste donne geniali anche se un po' nascoste restano, come ci racconta teneramente Gabriella Bernardi in Il cielo in un baule. L'autrice, essa stessa scienziata, parla di altre donne, scienzate, astronome del passato e del presente, vite difficili che ci hanno lasciato tanto e noi nemmeno lo sappiamo. 


                               


… come api intrappolate nell'alveare sbagliato,
siamo il circolo delle pazze
che siedono nella sala della clinica psichiatrica…

Anne Sexton




martedì 22 ottobre 2013

Di libri e lettori: riflessioni sparse sulla fiera del libro



Solo un paio di impressioni al volo, mentre sono in overload dopo il bel pezzo di Annamaria Testa su Internazionale: post-Buchmesse, desolazione tra gli scaffali, Italia che non legge.

Per me, che a Francoforte ci vivo, la gita alla Buchmesse è un rito, da gente comune, certo, che quindi ci va nel fine settimana; e parlo perciò usando questo filtro. Me la sono girata in lungo e largo nonostante le borse sempre più pesanti che mi trascinavo e i piedi doloranti: concordo sulla desolazione tra gli stand internazionali in generale e tra quelli italiani in particolare. Corridoi semideserti mentre nel padiglione tedesco bevevano mangiavano si ballava il ciacciaccià facendo contorsioni per riuscire a camminare. Di fatto l’affluenza di pubblico e il numero di editori presenti quest’anno sono stati inferiori agli anni precedenti. Non sono riuscita a trovare dati precisi e attendibili, leggevo addirittura di un 6% in meno, ma non so esattamente, di certo posso dirvi che quest’anno passeggiavo tra gli stand con molto più agio degli anni precedenti. Per i visitatori forse il prezzo del biglietto (17 euro per un giorno, 24 per sabato e domenica) pure può aver scoraggiato gli indecisi - ma immagino il problema fosse più per chi veniva da fuori. Comunque, il fatto più interessante secondo me non è il numero totale di visitatori, è come questi si sono distribuiti tra i vari padiglioni, cioè a cosa erano più interessati e perché. 

Nel padiglione tedesco girava sicuramente molta più gente e gli stand erano mediamente più curati, normale sono i padroni di casa, ma, parlo per la mia esperienza, credo sia dovuto anche a un fatto culturale. Insomma qui c’è meno crisi e la situazione è più variegata. L’editoria e, direi la carta stampata in generale, seppure acciaccata viaggia meglio: le persone leggono di più, c’è ancora uno zoccolo duro piuttosto ragguardevole che legge i giornali di carta e, udite udite, gli audiobook qui spopolano mentre da noi sono ancora oggetti esotici e non meglio identificati (quest’ultimo punto meriterebbe osservazioni a parte). Tutto questo si riflette secondo me anche nel layout della fiera e degli stand degli editori tedeschi, e come circolo virtuoso la gente ci si ferma di più, e compra di più. In tutto questo ci sono poi alcune cose eclatanti: uno dice i tedeschi erano i più visitati, ma dove era accalcata la maggiorparte della gente? Viaggi, gastronomia e bambini. Perché alla fine alle persone, a me per prima, piace magnare, bere e divertirsi e anche questo è cultura, e con questo ci fai cultura - e soldi. E uno allora pensa, per noi italiani dovrebbe essere una bazzecola, invece un bel fico secco: gli stand tedeschi erano un baccanale mentre i nostri assomigliavano a un frigo vuoto. Anoressici.
Ora, non dico di trasformare gli stand italiani nella sagra della polpetta, ma perché no? Se passeggiando tra gli stand Italia invece che facce verdi e costipate uno avesse quanto meno trovato cura e attenzione, un sorriso e un po’ di sole alla faccia degli stereotipi sicuramente l’impatto sarebbe stato migliore. Gli stand dei turchi, tanto per dire, hanno sempre una zona piuttosto ampia dedicata alle informazioni turistiche con depliant, libri dedicati alla cultura locale (tessitura, calligrafia, arte, natura) che lasciano in omaggio ai visitatori, di solito quest’anno no per la verità hanno un angolo-bar dove offrono tè e dolcetti, di solito da un’altra parte trovi un’artista che fa cose strepitose, di solito uno va al padiglione internazionale ricordandosi che all’angolo Turchia ci si sta volentieri e c’è anche spazio per sedersi e leggerli e sfogliarli come si deve i libri, mentre gli addetti ai lavori parlano e discutono senza che sembrino i membri di qualche setta, seduti stretti stretti sotto uno stand grigio, minuscolo e deserto. E non è solo una questione di soldi, ché gli spagnoli che pure non navigano nell’oro, hanno sempre spazi belli e curati, areosi, aperti, e anche l’Istituto Cervantes ci mette del suo, mentre i portoghesi a sto giro hanno messo un chioschetto con assaggi di formaggi e vino (gira e rigira...). Nel nostro caso, anche quando lo spazio di per sé non è male, vedi quello della Rizzoli o di Mondadori, con i loro mobili immacolati hanno un ché di algido, nel secondo poi quast’anno i libri quasi non li vedevi relegati in una fila di scaffali ad altezza ginocchio di nano, senza offesa (ma ammetto sono una debole e ho apprezzato che in chiusura almeno te ne regalavano uno di libro, piuttosto che riportarseli indietro...). Non lo so, ma sarebbe stato tanto difficile organizzare lo spazio editori italiani in modo più organico e accogliente al posto di una serie di stand abbandonati a se stessi e gente sconsolata, mettere una sezione per il turismo che male non fa, uno straccio di artigiano, non dico un friggitore di panzerotti ma tipo uno delle cartiere, tanto per dire?  
Per i giapponesi c’erano delle simpatiche signore che facevano origami, un calligrafo scriveva con inchiostro e pennello. A volte basta poco.

E poi, uno dice che c’era poca gente, era tutto un po’ spento, la crisi, sì, ma per esempio chi c’è stato ha provato a farsi un giro al padiglione bambini?
Al settore Comics e libri per bambini uno ci arrivava dopo una fila indiana che partiva già per le scale mobili due piani più su. Un delirio e di nuovo, come con la gastronomia, animazione, contatto con le persone: sono stata dieci minuti ferma a uno stand piccolissimo dove un’ illustratrice e autrice di libri per bambini disegnava e raccontava storie ai visitatori, grandi e piccoli, e tutti lì muti ad ascoltare favole. E così in molti altri, non tutti necessariamente mastodontici e superlusso. Ancora, a volte basta poco. Poi certo, come dicevo, nello stesso padiglione tedesco nei corridoi dei libri d’arte per esempio, ci si riusciva a muovere molto più civilmente rispetto alla ressa davanti alla degustazione vini e formaggi. In generale però c’era un atteggiamento diverso, che riflette secondo me anche un modo diverso di vivere il tempo dedicato ai libri e di invitare alla lettura: spazi per fermarsi e leggere, spazi dove mettersi con le cuffie e ascoltare i libri, stand di artigiani del libro che mostravano la loro arte facendo vedere i processi di cucitura e rilegatura a mano, l’angolo del Gutemberg Museum! dove i visitatori potevano provare a stampare una pagina con le tecniche di un tempo - inchiostro, caratteri mobili, pressa di legno (direttamente dal museo) - e portarsela a casa, la pagina. E non si tratta solo di tenersi come feticcio un foglio della bibbia stampata come fece Gutemberg, ma è anche portare il pubblico, il lettore in nuova dimensione, incuriosirlo, fargli scoprire e riscoprire una fisicità legata alla lettura che diventa coinvolgimento mentale, ti rimane anche quando il libro poi ce l’hai nel tablet o nelle cuffie. 

Ad ogni modo, ho avuto in generale una sensazione di austerità più che in passato, niente sprechi, un obolo da lasciare in cambio della cartolina o del disegno dell’artista mentre gli anni scorsi erano in omaggio, tutto un po’ contratto insomma. Comprensibile visto come butta, ciò che invece non capisco, che ai miei occhi è un controsenso, è in molti casi la poca attenzione per noi visitatori ignoranti non addetti ai lavori che dopotutto siamo quelli che i libri dovrebbero comprarli e leggerli. Perché se è vero che tutta la settimana si sviluppa ed è incentrata sulle varie trattative editoriali, compravendita e dinamiche di cui non posso parlare perché non ne so, è anche vero che negli ultimi due giorni c’è l’apertura al pubblico, e come possono banalmente le vendite aumentare, l’interesse per i libri crescere, se gli editori non se li filano i lettori? Molti mi hanno dato l’impressione di essere più interessati alla distribuzione perdendo completamente di vista ciò che succede ai loro prodotti una volta messi in circolazione. 

Ripensando al mio bivaccamento alla Buchmesse ritrovo tanto delle cose che Annamaria fa notare: crisi dell’editoria che va a braccetto con gli ultimi dati Ocse sulle competenze linguistiche degli italiani, ossia meno di una persona su tre ha le competenze linguistiche e matematiche di base e infatti il 55% degli italiani non legge neanche un libro all’anno, e i libri non vengono più nemmeno comprati e usati come fermaporta; legge un po’ di più la fascia di età tra gli 11 e i 14 anni; molte case editrici sfornano un sacco di libri, e di nuovo mi viene da pensare quante di queste poi si preoccupano che quei libri vengano anche comprati e letti? E le biblioteche in tutto questo?
È vero siamo in una situazione di stallo, ma degli spiragli ci sono se si vuole, perché, come scrive Anna Pegoretti in un bel post da leggere assolutamente:

chiunque, quando gli fai vedere un libro miniato, un papiro antico, una delle prime Bibbie di Gutenberg, e gli spieghi in trenta secondi, con semplicità e bene che cosa sta guardando, rimane a bocca aperta. E perché nessuno, nessuno, decide programmaticamente di restare ignorante, almeno rispetto al lavoro che fa, qualsiasi esso sia. 

E io l'ho visto con i miei occhi.

venerdì 18 ottobre 2013

AAAAAH UUUUUUUH!

Oh, oggi va così. Sarà che tra pochissimo è il mio compleanno e quindi la cosa è particolarmente sentita, ma avete presente a festeggiare così? alla sua età? Son cose.

Urlate e divertitevi, alla faccia di tutti :)

 

venerdì 11 ottobre 2013

Vero, necessario, gentile


Ogni parola, prima di essere pronunciata, dovrebbe passare da tre porte. Sull’arco della prima porta dovrebbe esserci scritto: È vera? Sulla seconda campeggiare la domanda: È necessaria? Sulla terza essere scolpita l’ultima richiesta: È gentile?

Questo a coronamento di un pomeriggio passato a cincischiare (ché ogni tanto è bello) e anche in tono con le mie ultime letture dedicate alla scrittura. Perché anche in questo caso bisognerebbe chiedersi: ciò che sto per dire è vero? è necessario? è gentile? Semplice e illuminante, eppure a volte così difficile. Non che uno lo faccia di proposito eh, ma è interessante: siamo subbissati di informazioni e sembra sempre che tutti abbiano qualcosa da dire, ma quanto di questo tsunami di parole è vero, necessario, e gentile?
Pensavo al fatto che, si stia scrivendo un articolo scientifico, il bugiardino delle medicine, un'inchiesta sull'immigrazione o l'etichetta per uno shampoo, questa regola vale sempre. Vale come dichiarazione di intenti e manifesto di onestà intellettuale, ma anche come regola-base di scrittura credo, e porta con sé un altro elemento importante: il saper scrivere breve, che non significa necessariamente dire tutto in tre righe, ma dire solo ciò che serve, e dirlo in modo limpido.

E qui faccio outing perché quella della necessità di ciò che si esprime è una cosa su cui rifletto di tanto in tanto perché la ritrovo non solo nella scrittura, ma anche nella danza per esempio. Anche quando componi una coreografia ogni singolo movimento, ogni gesto deve nascere da una tua necessità espressiva, è quello che rimane quando levi via tutti i fronzoli e l'autocompiacimento, spolverando a un certo punto troverai un nucleo, un puntino minuscolo del peso di qualche tonnellata in cui è racchiuso il vero senso di ciò che stai facendo e il perché. Se invece non trovi più nulla vuol dire che non era importante.




mercoledì 25 settembre 2013

La fata ignorante

Ogni scienziato sa che la realtà non è affidabile. [...] Ciò che si sa non è mai sicuro, e non è mai completamente esaustivo. Paradossalmente e in modo controintuitivo, più un dato è preciso e più è probabile che non sia affidabile*
 
Questo è essere ignoranti, ed è il propulsore della ricerca scientifica. Stuart Firestein, scienziato, un passato nel teatro, professore di neuroscienze alla Columbia University di New York, la mette giù così: molti vedono la scienza come un contenitore pieno di cose misteriose, ma anche pieno di risposte. Più rassicurante della coperta di Linus, più calmante di una dose di valium, la risposta dello scienziato o del medico di turno è sempre buona, basta che funzioni. Finché funziona...

E quando no? Quando la scienza non ci dà le risposte che vorremmo o non ce ne dà proprio o quella che ci aveva dato non va più bene? Quando scopriamo che il contenitore è una scatola vuota con dentro un grande punto interrogativo? È proprio qui che Firestein ci vuole portare con il suo libro, Ignorance, Viva l’ignoranza! nella versione italiana per Bollati e Boringhieri: la scienza non è fatta di risposte ma di domande. Ignoranza quindi intesa nel senso letterale del termine, è il non sapere qualcosa, osservare un fenomeno e ignorare come funzioni, perché e come, cioè un problema da risolvere, altro che soluzione. Non solo, l’ignoranza come generatore di idee e conoscenza, questo è il punto che sottolinea Firestein, un processo che si autoalimenta e si estende idealmente all’infinito (ignoranza compresa!). L’esigenza di rispondere a un quesito guida una o più ricerche dalle quali si otterranno nuove informazioni che a loro volta inevitabilmente genereranno nuovi interrogativi o porranno nuovi problemi. 
La cosa più gustosa di questo processo? Il non sapere ciò che ignoreremo. Certo, come facciamo a sapere ciò che ancora non conosciamo? Ecco, ci siamo. Firestein, non si addentra in labirinti epistemologici né si mette a fare della filosofia spiccia, ma solleva, in modo più pratico, una questione affascinante: man mano che procediamo nel processo conoscitivo formulando domande e cercandone la risposta, otteniamo nuovi risultati che spostano un po' più in là non solo i confini di ciò che sappiamo, ma anche di quello che ignoriamo. Scoprire cose nuove significa anche avere nuove prospettive e queste possono portarci a domande che prima non avremmo neanche immaginato. 

Ignorance è un libro che nasce da un corso omonimo che Stuart Firestein tiene da diversi anni alla Columbia University. Scelta esotica? Come lui stesso spiega, durante i normali corsi universitari gli studenti apprendono un'infinità di nozioni, studiano libri enormi, pesantissimi (nel senso proprio che a volte sono tomi di qualche chilo) e questo facilmente li porta al pensiero fuorviante che in fondo del mondo, della biologia e dei fenomeni naturali, si sappia ormai quasi tutto. Di nuovo, l’idea della scatola piena. La verità invece è un po' diversa, perché la scienza è fatta e si alimenta di ciò che ancora non si sa, è ignorante appunto. Perché quindi non farne un corso di metodo? Parlare di ciò che non si sa, o meglio di ciò che si vorrebbe sapere, di quali sono gli interrogativi che guidano le attuali ricerche, è questo che sono invitati a fare gli scienziati che partecipano come relatori ai seminari organizzati da Firestein. Ed è di questo che parla il suo libro riportando una serie di casi-studio.

Non sarete scienziati al termine di questo corso, ma non avrete più la sensazione di essere esclusi dall’osservare il mondo con gli occhi della scienza, se lo vorrete. Non faccio proselitismo e non voglio convincere la gente che quello scientifco è l’unico modo possibile di osservare il mondo. Numerose culture hanno vissuto senza e continuano a farne tranquillamente a meno. Ma, in una cultura scientificamente avanzata come la nostra, per il singolo cittadino è potenzialmente pericoloso non avere nessuna nozione scientifica e possibilità di comprensione, almeno tanto quanto non avere alcuna idea di cosa accade nel mondo del mercato, o non conoscere le leggi*. 

Firestein tocca qui un altro punto cruciale: la sensazione, comune a molte persone, di esclusione, di essere tagliati fuori e non poter capire alcune dinamiche, da cui il disorientamento e lo scetticismo. Certo, perché se assumiamo che la scienza è qualcosa di sicuro che dà risposte e soluzioni (magari anche in tempi brevi) certe e inconfutabili, poi di fronte a una risposta incerta o, peggio ancora, che risulti imprecisa alla luce di nuove evidenze, rimaniamo quanto meno perplessi (prima di incazzarci). Triviale dirlo, il problema è che le premesse sono sbagliate perché la scienza procede per prove ed errori, domanda dopo domanda. 

Quando nuovi risultati scientifici forzano i ricercatori a ritrattare le loro teorie è considerato un trionfo, non un fallimento*,

scrive l'autore. Disorientante come mettersi a testa in giù, ecco perché è difficile spesso comunicare la scienza al pubblico, è come mostrare una foto girata al contrario, può essere lo stesso interessante, ma non convince, rimane sfuggente. Di solito si cerca di presentare la foto nel senso giusto, di aggiungerci una didascalia, cose certo utili ma, magari, si potrebbe provare anche ad allenare le persone a mettersi qualche volta con i piedi all’aria. Serve un nuovo modo di comunicare? Organizziamo corsi di ignoranza e yoga? Non saprei, ma questo libro mi ha fatto riflettere e mi ha fatto pensare che nuovi modi ci possono essere. È importante? Sono convinta di sì. 
Per usare un esempio di incertezza citato da Firestein: nella fisica forse l’uomo non riuscirà mai ad arrivare a una teoria che unifichi quella della relatività con la meccanica quantistica; molta gente dirà "e ce ne faremo una ragione, ora però devo fare la spesa". Direi che è una risposta legittima, ma sappiamo cosa ci perdiamo?


È difficile trovare un gatto nero in una stanza buia. Soprattutto quando il gatto non c'è*. (Antico proverbio)



 *Le citazioni in corsivo sono liberamente tradotte cercando di restare il più fedele possibile al testo originale.

venerdì 23 agosto 2013

The Human Body

Ebbene sì alla fine ho ceduto. Illustrazioni anatomiche per bambini, animate, semplici e bellissime, in un'app che non ho potuto non scaricare. The Human Body è il primo prodotto della  Tinybop's Explorer Library, per i piccoli dicevo, ma insomma non solo per loro... sono già curiosa di vedere i prossimi.




The Human Body (stop-motion!) from kellianderson on Vimeo.

mercoledì 21 agosto 2013

Con il fiato sospeso

Si continua a parlare di ricerca, di soldi che mancano, di miopia gestionale e di un sistema politico-amministrativo paralizzato e paralizzante. E si parla di eccellenze, di esempi virtuosi, occasioni mancate, cervelli che scappano e cervelli che restano a combattere. Un poema epico. Ma la verità è che a volte tutto questo, la realtà, quella vera dico, assomiglia più a un film di Kubrick. Anzi no, a un romanzo di Verga. Solo che nessuno ce lo racconta, perché i discorsi sulla mancanza di fondi vanno bene, sono diventati ormai un passepartout come parlare del tempo e delle stagioni che non sono più come una volta, ma entrare nei dettagli è scabroso. Ci sono i grandi problemi etici e politici, un grande vuoto intellettuale o, meglio, il dialogo non è sempre facile e non si è probabilmente ancora aperto un adeguato canale comunicativo tra scienziati e pubblico, e poi nebbia. Un vetro appannato che non permette di far vedere certe cose, di dire certe cose perché sono sconvenienti. Si urla la mancanza di investimenti ma poi ci si adatta, zitto e mosca...
Il film di Costanza Quatriglio parla di questo, di verità scomode, e la prima di queste è che questo film, che sarà presentato a Venezia nella sezione fuori concorso, ha dovuto produrselo da sola...

"Con il fiato sospeso" è un film che in soli 35 minuti segue emozioni e pensieri di Stella (Alba Rohrwacher), una giovane laureata in Farmacia che dedica tutta la sua passione alla ricerca e trascorre la vita nei laboratori di chimica dell'università di Catania. Anna, la sua coinquilina, ha mollato quel mondo per suonare in un gruppo indie rock e cerca di metterla in guardia. Un altro ragazzo, sempre ricercatore, è la voce narrante di un diario che ripercorre entusiasmi e drammi (la voce è di Michele Riondino). Come in un thriller, infatti, si scopre che i talenti di questi giovani sono stati distrutti dalle istituzioni a cui avevano affidato esistenza e futuro.

 

mercoledì 14 agosto 2013

Arte o scienza?

Quando dici anche l'occhio vuole la sua parte, che poi a dirla tutta io sono più della filosofia "basta che funzioni", ma ci sono delle eccezioni, non sempre volute eh, ma capita. Capita a volte che hai il risultato di un esperimento, quell'immagine tanto sudata che sei riuscito a ottenere dopo ore e giorni di caffè e occhi gonfi e che vuoi solo archiviare. Ci dormi sopra, e il mattino dopo la guardi con occhi freschi e ti verrebbe di incorniciarla e appenderla al muro: non è solo scienza, è arte (?).
Arte o scienza? vuole sollevare proprio questo tipo di riflessioni, promuovere la scienza, incuriosire il pubblico, ma anche sondare i punti di contatto e intersezione tra arte e scienza, esplorare le potenzialità di un'immagine scientifica chiedendosi se questa possa anche avere un valore artistico. In che modo? con un concorso:

organizzato tutti gli anni da Università di Trieste e Immaginario Scientifico – con la collaborazione della Società Italiana delle Neuroscienze e del centro BRAIN – dedicato a immagini prodotte nell’ambito della ricerca fisica e biologica alle quali, oltre a un significato scientifico, possa essere attribuito un valore artistico.

Per partecipare avete ancora tempo fino al 20 agosto, intanto se volete qualche ispirazione vi lascio qualche immagine delle edizioni precedenti.











sabato 20 luglio 2013

La valigia perfetta

Sono diventata ormai super esperta nel condensare tutto ciò che mi serve in bagagli minimal e a prova di imbarco low cost (sì va bene di solito viaggio infagottata come l'omino Michelin, l'importante è che funzioni :D), ma c'è sempre spazio per migliorare... ecco perché per i bagagli estivi mi lascio ispirare da vere esperte di oggi e d'altri tempi. Buone vacanze!

The illustrated packing list by Nellie Bly (via Explore)



venerdì 19 luglio 2013

Lavagna e gesso

Peter Pan, Pippi Calzelunghe, Il mago di Oz. Si sa che mi piacciono le fiabe e le storie per bambini e, oggi più che mai, un libro stampato deve avere una marcia in più, deve essere bello e piacevole anche da guardare, toccare e annusare altrimenti, come dice saggiamente Luisa, che senso ha, tanto vale prendersi il formato digitale. E io la copia di questi tre libri me la prenderò di carta perché hanno una copertina bellissima, progettata da Dana Tanamachi per Puffin Chalk, la divisione per bambini della Penguin. Le copertine sono state prima scritte e disegnate a mano su una grossa lavagna e poi fotografate, e la trovo un'idea semplice e bellissima.






martedì 18 giugno 2013

La precisione del poeta, l'immaginazione dello scienziato

http://pinterest.com/adelphiedizioni/le-farfalle-di-nabokov/

A writer should have the precision of a poet and the imagination of a scientist

queste parole visionarie di Vladimir Nabokov sono diventate il mio mantra perché raccontano una verità importante: il poeta non è un un sognatore con la testa sempre per aria, è un chirurgo, solo che usa le parole al posto del bisturi; e uno scienziato non passa il tempo facendo dissezioni ma immaginando come potrebbe essere il mondo, come funziona, perché per formulare una teoria e provarla empiricamente devi prima essere capace di concepire un mondo in cui quella teoria possa essere valida, devi immaginare qualcosa che ancora non esiste. Questa è una cosa su cui ci si sofferma poco, presi dalla fretta di pubblicare nuovi risultati o di leggere di una nuova scoperta che, chissà, cambierà la nostra vita, ci scordiamo di ciò che sta dietro quei risultati. E non parlo solo della fatica di ottenerli quei risultati, di tutti gli esperimenti falliti e della routine di laboratorio, ma di quei momenti in cui il ricercatore osserva i dati già presenti e scrivendo i propri appunti inizia a vagare col pensiero, poi certo ci saranno le discussioni coi colleghi, il necessario confronto alle conferenze, durante il processo di valutazione dei dati sperimentali, ma prima di tutto questo c'è un istante di crogiolamento e fluttuazione in cui divaga, si perde in labirinti di nuvole e si chiede: e se fosse così? E la cosa strabiliante è che questo processo alla faccia dell'empirismo ha un chè di assolutamente sfuggente e effimero, è diverso dal momento "ah ah!",  dall'eureka che pure poi può arrivare, ma che è un'altra storia. Questo è il momento in cui con i piedi leggeremente sollevati da terra lo scienziato rivela a se stesso la sua passione, il suo essere sognante, cerca di immaginare come un dato fenomeno possa verificarsi e si dice "perché no?".




mercoledì 12 giugno 2013

Sbaglia che ti passa (capitolo primo)

 

L'ironia è un'arte sottile, l'autoironia un dono. La capacità di prendersi in giro e non fare troppo i sostenuti, come quella di saper ammettere i propri errori e magari riderci anche un po' su sono infatti qualità rare e preziose. Molto più facile cercare disperatamente di sentirsi e rendersi speciali e infallibili, certo, ma alla lunga questo affanno si nota, e il fiato corto porta poco assigeno al cervello c'è poco da fare...
Diversi studi pongono l'accento sul fatto che la creatività e un alto quoziente intellettivo si accompagnano spesso a un elevato sense of humor e a spiccate abilità cognitivo-linguistiche. Si tratta infatti in entrambi i casi di trovare associazioni nuove e inedite tra elementi distanti tra loro e apparentemente senza nesso. Saper trovare il lato ironico delle cose è, oserei dire, più un' attitude, un atteggiamento mentale nel porsi di fronte alle situazioni più diverse che deriva da flessibilità mentale, empatia e sensibilità.  
Ma c'è dell'altro, un computer o più in generale un'intelligenza artificiale sono capaci di fare dell'ironia? Ci si sta lavorando, ma certamente nonostante le strabilianti performance che un' AI può raggiungere siamo ancora lontani dai virtuosismi di noi umani. E forse proprio l'ironia è uno degli ingredienti X che fanno la differenza fra un essere vivente e un essere umano. Chissà...
(continua...)

lunedì 3 giugno 2013

Dialoghi tra teatro e neuroscienze



Mi piace sempre un sacco quando discipline apparentemente lontane e senza nulla in comune si incontrano. E d'altra parte è proprio sul terreno del reframing e del cambio di prospettiva che la creatività riesce a svilupparsi e esprimersi al meglio. Trovare punti di contatto tra ambiti che sembrano non avere nulla da spartire può diventare una miniera di spunti e, perché no, divagazioni, che arricchiscono entrambe le parti. Sono quindi estremamente entusiasta che qualcuno abbia pensato a far nascere un simposio, giunto ormai alla sua quinta edizione, dedicato al teatro e le neuroscienze. Dialoghi tra teatro e neuroscienze, curato da Gabriele Sofia e Victor Jacono e sostenuto  dalla collaborazione tra il Dipartimento di Storia dell’Arte e Spettacolo, il Dipartimento di Fisiologia e Farmacologia “V. Erspamer” e la Facoltà di Lettere e Filosofia della Sapienza Università di Roma, non lo descriverei come un semplice meeting, ma come un progetto di respiro più ampio, un laboratorio che cerca di rispondere, come spiegano i curatori, a queste domande:

In che modo l’incontro interdisciplinare cambia le discipline coinvolte? 
In che modo i saperi teatrali possono cambiare le prassi di ricerca delle neuroscienze? 
In che modo le informazioni e i paradigmi neuroscientifici possono modificare le prassi di ricerca tanto performativa quanto accademica, delle culture teatrali?

Sono domande che aprono campi di indagine e riflessione estesi, anche perché creatività, corpo e mente (e le scienze li studiano) sono tutto fuorché separati e indipendenti tra loro. Sono quindi davvero felice di potervi partecipare e curiosa del dibattito che ne nascerà. Per me, divisa in qualche modo tra le neuroscienze e il teatrodanza, questa è sicuramente un'occasione imperdibile di studio e confronto.

Il simposio si terrà a Roma alle Ex Vetrerie Sciarra, via dei Volsci 122 (San Lorenzo) questa settimana, giovedì 6 e venerdì 7 giugno 2013, l'ingresso è libero e invito caldamente chiunque si trovi nei paraggi a venire a curiosare perché il programma è davvero ricco. 

Giovedì sera ci sarà inoltre la presentazione del libro di Gabriele:

Le acrobazie dello spettatore. Dal teatro alle neuroscienze e ritorno (Bulzoni, 2013)

L'evento si svolgerà al Teatro Piccolo Eliseo Patroni Griffi (via Nazionale 183), ore 19.30, dove interverranno:
Ferdinando Taviani, Università dell’Aquila; Franco Ruffini, Università di Roma Tre; Giovanni Mirabella, Clelia Falletti, Gabriele Sofia, Sapienza Università di Roma, 

e a seguire lo spettacolo/dimostrazione del Teatro Ridotto di Bologna con: L’albero secco e l’acqua fresca
La danza alla rovescia degli elementi teatrali, appunti per un viaggio lungo 31 anni.


mercoledì 29 maggio 2013

Una vita all'improvvisa



In questo libro c'è tutto, vita, morte, gioia, angoscia, dolore, rabbia, entusiasmo, ansia, sorpresa, poesia. E soprattutto c'è l'ironia, e la capacità di parlare in modo schietto, chiaro, trasparente.

All’apertura del sipario appaiono due ampi schermi sui quali sono proiettati un manifesto e una scenografia della commedia dell’arte. Entra in scena Franca. 

Questo è l'inizio, in scena ovviamente, del racconto o meglio dei racconti con cui Franca Rame ci parla della sua vita, delle sue esperienze, del suo impegno sociale, sempre in prima linea con Dario, provocatori, strafottenti, delicati e coinvolgenti. 
“Adesso provaci un po’ a raccontarmi che non ce la fai a scrivere le tue storie! Queste cosa sono?!”chiede Dario dopo aver scovato i suoi diari, e lei alla fine: “E va bene, ci sto! Mi impegno a farne uno scritto da teatro... perfino un libro se vuoi! Però pretendo che tu mi dia una mano pensando alle cento che ti ho dato io!” Si va a incominciare...



ESTRATTO - "L’incontro sul palcoscenico"  

Sono sempre a Milano e mi trovo a recitare al cinema teatro Colosseo nella compagnia “Sorelle Nava e Franco Parenti”, un’equipe tradizionale, un ambiente cosi' lontano da quello in cui avevo vissuto fino ad allora. Si possono immaginare le difficolta' di una simile scelta in quel periodo del dopoguerra, siamo negli anni Cinquanta, e quindi alterno momenti neri a buone scritture nelle compagnie di varieta' piu' famose. I personaggi che mi vengono incontro uno dietro l’altro scorrono come in una sequenza di film muti, hanno gesti veloci e di colpo rallentati. Transitano gli adulatori stucchevoli che mi fan la corte invitandomi a cena con speranza di prosieguo in un letto e dai quali fuggo come dal pollo fritto imposto da mia madre. E vedo anche i compagni di lavoro, quelli pieni di spocchia e quelli civili e garbati; tra questi c’e' anche Dario: ma che ci fa qui con noi quel lungagnone dinoccolato e sorridente? So che ha piantato il Politecnico e perfino un lavoro sicuro per fare ‘sto mestiere da commediante, Lo intravedo ogni tanto, che se ne stava spesso in disparte, quasi a evitare le smancerie e i discorsi cosi' poveri di intelligenza sparsi sul palcoscenico e fra le quinte. Questa era la dote che apprezzavo maggiormente in lui, la riservatezza. Sono stata io a invitarlo dopo le prove a mangiare qualcosa in una trattoria, la prima volta. Dario sembrava non accettare volentieri quell’invito; poi, giacche' io insistevo, mi svelo' la ragione della sua reticenza: “Non ho un soldo” disse, “per potermi liberare dal lavoro e venire alle prove ho dovuto licenziarmi dallo studio di architettura dove sviluppavo progetti”. E io allegra risposi: “Mi fa piacere, adoro nutrire randagi, gatti abbandonati e disoccupati affamati”. Andammo in una trattoria li' all’angolo e ordinammo due porzioni di salame, pane e una birra. Per me acqua, sono astemia. Poi ci accompagnammo l’un l’altra a casa. Io abitavo dalle parti di Porta Garibaldi, da mia sorella. Tram non ce n’erano piu', quindi ci avviammo a piedi. Ci raccontavamo entrambi delle nostre vite, lui del suo lavoro, il Maggiore, e dell’Accademia in cui aveva studiato; io della mia compagnia e degli aneddoti piu' gustosi. Ci scoprimmo a ridere come ragazzini alle reciproche ironie; lo trovavo davvero spassoso, quel lungone, strabordante di racconti assurdi e festosi. In particolare se ne usci' con una frase che mi sorprese: “Mi succede spesso” disse “di parlare con qualcuno e sentirmi a disagio, perche' le cose che credo intelligenti e spiritose che vado dicendo, non vengono raccolte, e allora piano piano mi convinco di non possedere ne' fantasia, ne' spirito. Invece ogni tanto, come stasera, mi capita di sentir apprezzare le immagini che propongo, e di contrappunto ne ricevo altre, da te, che mi incoraggiano a lasciarmi andare nel fantastico”. Stop! Eravamo arrivati sotto casa mia, cioe' dove aveva preso casa mia sorella con il marito Carlo Mezzadri. Ci salutiamo, un timido sbaciucchio, poi io mi prendo coraggio e propongo: “Senti, non ho sonno: vengo ad accompagnarti verso la tua casa per un pezzo. Dove abiti?” “Vicino alle carceri di San Vittore. Ho affittato una cella” aggiunge. Rido e l’accompagno prendendolo sottobraccio: “Andiamo!” Attraversiamo parco Sempione, allora non c’erano ne' catene ne' inferriate a impedire l’accesso. E’ una notte chiara, gli alberi proiettano lunghe ombre che attraversano i prati. Non c’e' nessuno spazio che ci permetta di appartarci un poco. All’istante ci troviamo bloccati da un solco profondo che attraversa l’intero giardino; dal fosso spuntano canne e arbusti acquatici, ma acqua non ce n’e'. Piu' avanti c’e' un ponticello che attraversa il solco, noi scendiamo e ci sistemiamo sdraiati nell’ombra prodotta dal ponte. Ci abbracciamo. “E’ una fortuna” dico io “aver scoperto questo rifugio.” E lui aggiunge: “Speriamo che non aprano le chiuse e ci si trovi con l’acqua che ci inonda”. “No, e' un periodo di siccita', questo: non sprecherebbero mai tanta acqua per farci uno scherzo del genere!” C’e' un gran silenzio, torniamo ad abbracciarci felici. Di colpo sentiamo un fruscio che sale gorgogliando… “Oh mio dio, hanno mollato la chiusa!” grido io. “Presto, usciamo!” Ma non facciamo in tempo, ci arriva addosso una cascata. Ci appendiamo ai rami di un salice e riusciamo a guadagnare la riva. Siamo madidi d’acqua. Ci guardiamo e spruzzandoci l’un l’altra del nostro sguazzo scoppiamo in una gran risata. 


 

Grazie Franca.