giovedì 29 novembre 2012

Il cervello in un'App

© The Author(s) 2012. Published by Oxford University Press



Il fattaccio in breve: un uomo di 76 anni viene ricoverato in ospedale per un aneurisma aortico a causa del quale muore poco dopo. Al momento dell’autopsia il patologo incaricato pensa bene di asportare il cervello dal cadavere e tenerselo. A fin di bene, certo, perché pur non essendo specializzato in neurofisiologia è affascinato dal funzionamento del cervello e pensa che studi adeguati su quello in particolare possano contribuire al progresso scientifico: correva l’anno 1955 e il cervello in questione era di Albert Einstein
Oggi a più di cinquantanni dalla sua morte il cervello di Einstein è di dominio pubblico sottoforma di App per iPad. Che roba direte voi, eppure la storia, o sarebbe meglio dire le avventure del cervello del premio Nobel attarverso questi decenni sono affascinanti. 
Il patologo che effettuò l’autopsia si chiamava Thomas Harvey e il suo gesto un po’ azzardato, anche se il figlio di Einstein diede poi il consenso, ne determinò il licenziamento dal Princeton hospital. Il patologo si spostò quindi al Philadelphia hospital dove sezionò il cervello del fisico in più di duecento preparati anatomici, ne donò poi alcuni al dottor Harry Zimmermann, medico personale di Einstein, e tenne con sé il resto conservandolo nella cantina di casa sua. Nel corso degli anni cercò di convincere diversi scienziati a effettuare studi approfonditi su quelle preparazioni, ma senza successo, le sue richieste venivano sempre accolte con scetticismo fino a quando agli inizi degli anni ottanta la neuroscienziata Marian Diamond non pensò che la cosa potesse essere interessante. Poco prima la dottoressa aveva dimostrato con diversi esperimenti che i ratti esposti a un ambiente ricco di stimoli presentano un cervello più sviluppato rispetto a quello di animali tenuti in un ambiente senza stimoli e possibilità di apprendimento. L’idea della scienziata era che uno studio analogo potesse essere condotto anche sugli uomini per cui decise di confrontare aree del cervello di un gruppo di controllo con quelle di Einstein. I risultati, pubblicati nel 1985 sulla rivista scientifica Experimental Neurology rivelarono che solo una ristretta parte del cervello di Einstein, l’area di Brodmann, mostrava differenze significative rispetto agli altri. Dal conteggio delle cellule risultò che in quell’area il cervello del fisico aveva un minor numero di neuroni mentre le connessioni e la percentuale di cellulle gliali era maggiore. Studi e analisi immediatamente successive rivelarono però i numerosi errori di valutazione e l’uso inappropriato della statistica portò molti colleghi a un certo scetticismo. La questione rimase comunque dibattuta, da osservazioni successive emerse che in alcune aree il cervello appariva più sottile, che quelle del linguaggio apparivano meno sviluppate, il che in parte spiegherebbe i problemi di dislessia di Einstein, ma nel complesso le differenze non erano sufficientemente significative. Nessuna prova schiacciante come si suol dire.


© The Author(s) 2012. Published by Oxford University Press


Ora però il gruppo di scienziati che fa riferimento alla School for Advanced Research di Santa Fe, negli Stati Uniti, e al National Museum of medicine and Health di Silver Spring, ha pubblicato sulla rivista Brain i primi risultati di uno studio descrittivo che ha preso in esame quattordici foto inedite del cervello di Einstein prima che venisse sezionato. Le fotografie, fatte dal dottor Harvey subito dopo l’autopsia riproducono il cervello da numerose e inconsuete angolature e si sono rivelate estremamente informative. Anche se non è possibile fare una ricostruzione tridimensionale, dopo un accurato confronto con diversi gruppi di controllo è emerso che effettivamente il cervello dello scienziato tedesco presentava numerosi tratti peculiari, come ad esempio una corteccia prefrontale particolarmente sviluppata. Dal momento che questa area sembra essere collegata a diverse abilità cognitive, gli scienziati pensano che in parte possa spiegare le eccezionali abilità di Einstein. Inoltre poiché le ultime ricerche suggeriscono che l’area prefrontale sia stata tra quelle maggiormente coinvolte nello sviluppo cognitivo che ha segnato il passagio evolutivo degli ominidi, secondo i ricercatori diventa particolarmente interessante approfondire questo aspetto per capire se e come il maggior sviluppo di alcune aree cerebrali possa accompagnarsi a un maggiore sviluppo cognitivo.
Nel frattempo tutti, studiosi o semplici curiosi, possono consultare il sito del National Museum of Health and Medicine di Chicago (NMHM) a cui nel 2010 è stata donata la Harvey collection e che successivamente ha digitalizzato le immagini delle preparazioni anatomiche e istologiche. Le foto sono liberamente scaricabili, mentre per i più feticisti c’è, come dicevo, un’App il cui ricavato andrà al Department of Defense’s National Museum of Health e al NMHM.
Una domanda resta ancora in sospeso: Einstein che avrebbe detto?

La foto che il fotografo Arthur Sasse scattò ad A.Einstein il giorno del suo 72esimo compleanno

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